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Ben Jelloun | La via di uno soltanto

InBen Jelloun Tahar su 15 agosto 2010 a 20:41

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«Nella medina di Fez c’è una strada così stretta che viene chiamata “la via di uno soltanto”. E’ la via di ingresso al labirinto, lungo e buio. I muri delle case danno l’impressione di toccarsi, in alto. Si può passare da un tetto all’altro senza sforzo. Anche le finestre si guardano e si aprono sulle reciproche intimità. Se ci si può infilare una sola persona per volta, è ovviamente escluso che ci possano passare gli asini, soprattutto se carichi.
Quella strada è ben radicata nella mia memoria, come un ricordo vivo. Ne parlo spesso anche se in fondo è insignificante.
Osservando le statue di Giacometti, ho subito saputo che sono state fatte così, sottili e allungate, per percorrere quella via e persino per potersi incrociare senza problemi. Mi sembra addirittura di avercele incontrate, da bambino. Il cane di bronzo, così lungo, così scarno, radeva i muri, come si dice, con la sua orizzontalità rigida e interminabile, mentre un uomo filiforme camminava e la sua testa oltrepassava i tetti piani, illuminati da una luce forte.
“La via di uno soltanto” era diventata, grazie a Giacometti, la strada per parecchi e gli animali potevano, pigramente, percorrerla come seguendo un filo tra due punti sconosciuti.»

Explicit (evidenzia se vuoi leggere): «Si è intimiditi perché un uomo, al di fuori del mondo, lontano da ogni valore di mercato, è riuscito a esprimere tutti noi, scavando la terra, scavando il metallo, e ricordandosi della tragedia umana, sia essa immediata – come quella che ha vissuto durante il nazismo – o lontana, che ha avuto inizio da quando l’uomo umilia l’uomo.»

Note:
questo libro – io spero che l’hai capito – parla parecchio di Alberto Giacometti, che è uno scultore che io devo dire mi piace anzichenò, per via che è abbastanza esistenzialista, come scultore, e io l’esistenzialismo ci ho questa velleità di nutrirci delle simpatie. Ma ora a parte questo, se te non sai chi è Giacometti io per prima cosa ti consiglierei di andare su Wikipedia così per curiosità a vedere chi è, poi nel frattempo se vuoi un riassunto della sua opera ti posso dire che scolpiva in prevalenza omini allampanati e molto esistenzialistici (cioè a dire mogi mogi e sfigati) che uno di questi poco tempo fa l’han pagato più di cento milioni di dollari, in America: madonna son grulli forte, eh, in America!

  1. Questo libro è la prova provata del mio discorso sulla differenza tra incipit e cominciamento.
    Che l’incipt, ammettiamolo, è bello; le prime sei righe, caspita, proprio belle sono! E poi si parla di labirinti, che a me parlarmi di labirinti è come invitarmi a nozze, che io in origine sarei labirintologo, che una delle prime cose che ho scritto in vita mia (una volta ultimati gli obblighi scolastici, intendo) è stata una monografia sui labirinti (si veda ancora una volta il già altrove citato scaffale F6 di Anobii, che la mia monografia non cè ma la relativa corposissima bibliografia sì).
    Però…
    Però già quattro righe più sotto si incomincia vedere “la carta malapigliata”, come si dice dalle mie parti. Che a me Giacometti sinceramente piaciucchia, ma qui, sinceramente sinceramente, insomma, Giacometti ci sta come Pilato nel Credo (che anche questo pare che sia un modo di dire siciliano, anche se io non l’ho mai sentito dire l’ho letto in Sciascia).
    Tutto questo, unito alla circostanza che noi da Tahar Ben Jelloun la fregataura già la si è presa (sotto forma di “Creatura di sabbia” la si è presa, la fregatura), fa propendere il sottoscritto per lasciare il libro dove sta, e fa guadagnare un’ulteriore nota di merito alla titolare del blog, che se si fermava alla prime sei righe del libro, insomma, ecco, un’altra fregatura ci faceva prendere.

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